martedì, novembre 10, 2009
Crucifige, crucifige!

Homo che se fa rege

Secondo nostra lege,

contradice al Senato!



Jacopone da Todi, Donna de Paradiso.




Sarebbe fin troppo facile dire che Mariastella Gelmini ha ragione ha dire che il Crocefisso sia una "una tradizione italiana". Dal momento che non si discute sul fatto che i Romani venissero da Roma, e che Roma si trova in Italia, i seimila schiavi crocefissi lungo la Via Appia possono senza dubbio intendersi come un esempio di una tradizione italiana o più precisamente italica: inchiodare a due pali chiunque osi alzare la testa, affinché la sua fine sia di monito agli altri.

Gli antichi romani, erano appunto certamente italiani, sia nel senso di provenire dall'Italia, sia nel senso di avere la coscienza dell'Italia come entità non solo geografica ma anche politica, distinta dalle province i cui abitanti si potevano crocifiggere. E gli antichi romani trattavano così il servo, il provinciale, che non sapeva stare al suo posto, il posto che i Signori del Tevere gli avevano dato.

Nessun popolo, tra quelli soggetti al dominio di Roma, fu così restio ad occupare quel posto quanto gli Ebrei della Palestina. Nessun altro popolo fu così ostinatamente legato al suo D*o e alla sua Legge e alla sua identità etnico-religiosa, tra quelli permamentemente governati dalla Roma pagana dei Cesari.

In nessun altro popolo queste caratteristiche erano così nettamente incompatibili con la civiltà mediterranea di Roma, il cui centro era l'Italia "donna di provincie"*. Civiltà che assimilò a sé la grande maggioranza dei Celti, degl'Iberi, e degl'Illiri e dei Daci, dei Siculi e degli Etruschi e dei Sardi, i cui discendenti finirono col farsi chiamare semplicemente "Romani" e col parlare, quasi tutti, latino moderno. O forse dovremmo chiamarlo italiano, francese, spagnolo, romeno, portoghese, sardo, ladino?** Mi spiace tanto per la Lega, ma gli Etruschi e gli Insubri e i Piceni e i Leponzii e i Veneti e  i Boii e i Cenomani e  i Marsi e i Peligni e i Sanniti non esistono più in quanto popoli. Li hanno cancellati le legioni e le colonie romane, molto tempo prima che Cristo camminasse su questa Terra.

Ma non solo in Palestina, ai tempi di Roma, vivevano Ebrei. Non tutti loro erano ritornati da Babilonia, e molti erano andati a vivere nelle grandi metropoli ellenistiche o nelle guarnigioni dove avevano servito, sul Nilo, i re macedoni dell'Egitto. E infine, verso Ovest, si erano stabiliti nelle grandi città del sempre più importante mondo mediterraneo occidentale, come Roma e Cartagine.

Nella capitale dell'Italia, dove la crocefissione se non il crocefisso era già una tradizione, esisteva una comunità ebraica da qualche tempo prima che Sant'Anna, la madre dell'Immacolata Vergine Maria Madre di Gesù, venisse al mondo in Palestina.

Sono più italiani del Vaticano, se giochiamo a chi è più antico. Sono più antichi della lingua italiana e di tutte le forme letterarie di latino moderno usate nella Penisola. E quando una forma particolare ed eretica di giudaismo, fondata da Paolo di Tarso e da Simon Pietro attorno al Messaggio di Gesù di Nazareth, si diffuse tra gli abitanti dell'Italia e infine adottata dall'Impero Romano come religione ufficiale, dopo lunghe persecuzioni in cui molti credenti furono crocefissi o altrimenti suppliziati, la comunità ed il popolo ebraico erano già una presenza, in Italia, che si può certamente chiamare "tradizionale".

Quell'eresia giudaica che noi chiamiamo "cristianesimo", e che ben presto è diventata qualcosa d'altro dall'ebraismo estendendo il suo messaggio a chi ebreo non era, e facendo Trino il Dio Geloso degli Ebrei, era per i Romani una pericolosa novità. Superstitio prava et immodica. Una fede straniera, orientale, minacciosa ed incomprensibile, che non rispettava i mores e travolgeva le tradizioni.

Adorare un Dio crocefisso? Scandalo era, e del resto, scandaloso era il Vangelo che quell'Uomo portava, per cui quello Straniero era morto di croce.

Scandalosa era la sua fine, il marchio dell'infamia, perfino per i primi tra i suoi fedeli. Ci vollero secoli prima che si osasse, nell'Europa occidentale, rappresentare il Crocefisso, il Cristo suppliziato e sofferente. I primi cristiani preferirono il Pesce, o più tardi la Croce, sì, ma vuota. Se il Cristo era raffigurato, lo era come Re e come Giudice, Signore di Tutte le Cose, Pantokrator. In alcune confessioni cristiane non cattoliche, anche oggi, non si rappresenta il Cristo sofferente.

 

* Donna in questo caso mantiene il significato del latino antico domina da cui deriva, anche se Dante forse gioca sui due sensi della parola nel volgare toscano.

** In fondo, quando diciamo "arabo" o "cinese" ci troviamo in una situazione non troppo diversa.

venerdì, ottobre 30, 2009
Sto scrivendo una cosa stranissima che in teoria dovrebbe diventare un articolo accademico ma per il momento è un delirio che riguarda Guerre Stellari, Luciano di Samosata, la Guida Galattica per autostoppisti, il Taqwacore e Gilgamesh, con accenni tra l'altro a Batman, Philip José Farmer, l'Odissea, il Silmarillion e Lester del Rey.
Insomma, un casino pazzesco, perché a me le cose accademiche piace farle partire così. Non so se lo leggerete mai, perché in realtà si tratta di una specie di introduzione concettuale ad una cosa un più seria su una novella araba medievale. Adesso siete curiosi, lo so. L'ho fatto apposta, in fondo ho Darth Vader come sfondo del desktop per un motivo, e il motivo è che sono suo figlio e sono passato al Lato Oscuro. Se vi chiedete cosa hanno a che fare tutte queste cose con le novelle arabe medievali:
a) non avete neanche una remota idea di cosa potesse essere a volte la letteratura araba medievale (ma vi giuro che fino a pochi mesi fa non ce l'avevo neanch'io).
b) dovete aspettare che io scriva tutta la nebulosa confusa di cose che mi passano per la testa in forma chiara, che questa nebulosa, trasformata in articolo, venga peer-reviewed, e che venga pubblicata. Ci vorrà più di un anno, siate pazienti.

Nel frattempo però, tutto il delirio introduttivo non entrerà direttamente nell'articolo serio, e diventerà materiale per l'altro articoloide che sto provando a scrivere e che nessuno sano di mente dovrebbe pubblicarmi mai, almeno spero. Quindi posso accennare qualcosa qui, giustappunto perché sono cattivo. Dimenticavo, ci dovrebbe essere di mezzo anche Il richiamo di Cthulhu.

L'idea di fondo è che la fantascienza è il mito della modernità tecnologica. Non è un'idea mia, ma di Joseph Campbell che in fatto di miti ne sa sicuramente molto più di me ( e che può invocare a supporto gente come Eliade e Jung; non mi risulta che nessuno dei due abbia affermato espressamente una cosa del genere, ma posso affermare che sarebbe perlomeno sensata nella teoria generale di Jung sul mito. Su Eliade non sono affatto sicuro). D'altra parte c'è Lester del Rey che sostiene che il mito (in particolare Gilgamesh e l'Odissea) sia fantascienza antica, il che mi sarebbe parso una madornale cazzata, prima di scoprire che esiste una cosa chiamata fantascienza babilonese, scritta da un genio di nome Ted Chiang.

Ted Chiang è a mio modesto avviso una delle cose migliori che sia mai capitata alla fantascienza, forse la più importante più o meno da quando è uscito La notte che bruciammo Chrome di Sterling e Gibson, anche se concedo alcune eccezioni. Ad esempio c'è un racconto di un certo Chris Lawson (di cui non so assolutamente nulla) che s'intitola Scritto nel sangue, del 1997, e che non posso dire che è bellissimo perché "bellissimo" è riduttivo. Esistono cose in letteratura di fronte alle quali il superlativo assoluto non basta più. Ecco, Scritto nel sangue di Lawson e la raccolta Storie della tua vita di Chiang sono alcune di queste cose.
La raccolta di Chiang è davvero oltre. Se vi piace la fantascienza, fidatevi di me. Leggetela. Punto. Spacca al quadrato. Ripeto, fantascienza babilonese. Grazie, Roseau.

[Adesso arriva Selene che giustamente mi fa notare un sacco di libri di fantascienza strafighissimi che non conoscevo e mi fa cambiare idea.]

In attesa di Selene, al mia opinione è che Ted Chiang sembra come Asimov, Heinlein e la Guin messi insieme, e non è facile farmi dire una cosa del genere.
Ad esempio, per dire, Lester del Rey è autore che apprezzo abbastanza, ma di recente ho letto un suo romanzo (presumo che si trattasse di un juvenile malriuscito) che s'intitola Destinazione Luna, e che naturalmente oggi è invecchiatissimo, ma io sono relativamente abituato a cercare di mettermi dal punto di vista del lettore americano del 1955.
E no, non funziona neanche da quel punto di vista, e il motivo lo spiega Heinlein ne i Cadetti dello Spazio, che è uno juvenile appena meglio riuscito (e comunque una delle cose meno buone di Heinlein, tra quelle che ho letto).
Un ragazzino adolescente paranoico che ruba una nave spaziale per arrivare sulla Luna prima del "nemico" (nel romanzo di del Rey non sono proprio i sovietici, ma gli assomigliano quanto basta) e che sulla Luna rischia di morire per mancanza di provviste obbligando a fare una spedizione internazionale per salvarlo, bè, no, non può essere un eroe. E tantomeno il pilota spaziale già designato per la prima spedizione lunare che ruba un'altra astronave e parte prima che si apra la finestra di lancio per andare a salvarlo (ottenendo come risultato di essere il primo cadavere sulla Luna).
Ecco, chiarito questo punto, l'Undicesimo Comandamento resta un capolavoro e For I Am Jealous People (mi rifiuto di citarlo col titolo italiano) anche.
Comunque del Rey ha scritto in un articolo che l'epopea di Gilgamesh è la prima opera di fantascienza, il che mi sembra di una pretenziosità immane anche tenendo presente Ted Chiang. Ma si può partire da qui per cercare di capire alcune cose interessanti su mito e fantascienza (e fantasy, secondo me), ed è una delle cose che sto provando a fare.
Dall'altro lato, sapete tutti  che i Jedi di Guerre Stellari sono una religione realmente esistente, e quindi qualcosa al fondo deve starci.
Se poi sia materia per gli studi letterari o per la psicologia clinica, lo saprò tra qualche anno.

Ecco.

Comunque, volevo dire:

domenica, ottobre 25, 2009
Questo post è dedicato all' amica, più che amica,



collega di
mind restlesness, Restodelmondo.

 

Anche lei toccata dal fuoco.

Poche cose sono certe, ora, nella mia vita. Ma una è di un' evidenza a tutta prova: Michael Muhammad Knight mi ha  accettata come amica su FB!!! Ok, magari avrà un agente che gli cura la pagina personale. Magari è un qualche burlone che, impassibilmente, usa il suo nome e il suo volto per attirare centinaia di lettori ammirati, ma, dalla precisione e la semplicità con la quale  descrive i suoi spostamenti e per una certa "artigianalità" delle foto, mi sembra proprio che non possa essere che lui, l' americano tornato all' Islam che ha fatto conoscere alla nostra generazione la bellezza, l' innocenza e la santa radicalità del Taqwacore.

E apre un discorso più ampio sull' amicizia. 

Su FB, l' accettazione delle richieste di amicizia sarà anche solo virtuale, forse un mero fatto di buona educazione,  ma, per chi capisce lo spirito del Social Network, consente di avvicinare e di aggregare persone con interessi, conoscenze, passioni simili che difficilmente, nella viscosità di un forum, potrebbero conoscersi bene e dialogare.

Io quando ho letto Islampunk (brutto titolo: cosa c'entri Giovanni Findus dei bei tempi andati con l' ingegnere pakistano di Syracuse, mi sfugge) conoscevo  Falecius solo dal suo blog o da poche conversazioni.

Cresciuta nella diffidenza, lo credevo un professore trentacinquenne, alto, veneziano e leggermente femmineo che si fingesse ventitreenne (si era all' inizio del 2007) per "cuccare" le ragazzine.

E invece...

Ero in un periodo molto difficile: forse, la depressione indottami dal mio ameno contesto familiare, si stava trasformando in rabbia. L' Eutirox dato per errore o un SSRI, la venlafaxina, stavano slatentizzando l' ipomania.

Però, sono stati mesi produttivi. Ho letto qualcosa come un centinaio di libri all' anno,  ho scritto una tesi, ho conosciuto persone, mi sono innamorata.

Mai veramente il tempo è sprecato: Marta ha ragione sul compensare, sul recuperare, sul tirare avanti. Seneca non capiva niente.

Soprattutto, il fuoco che ti tocca, ti avvicina a Dio. Ho ricominciato a trovare non pace, che in questo mondo non è data, ma senso, ordine, significato, scansione al mio pensiero e al mio sentire, nella religione.

No, non ho fatto il grande salto (anche Michael M. Knight nasce cattolico) ; e non è probabile che lo faccia, almeno a breve: anche se questo papa è stato messo lì, dallo Spirito Santo, naturalmente propenso agli scherzi da prete, per testare la fede di noi dissidenti.

Ho letto Illich, Ellul, le prediche di Romero, gli Esercizi di Sant' Ignazio, i mistici carmelitani, su su verso i padri della Chiesa. E, naturalmente, mi sono voluta rendere la vita facile, percorrendoli against the grain, come un percorso di liberazione interiore, dal dogma, dal transeunte, dalla temporalità.

Scontrandomi ogni giorno con la solitudine, il silenzio di Dio e il significato del soffrire. E no, Dio non grava le persone di carichi superiori alle loro forze.

Vorrei capire in quanti, a Messa, quando dicono le parole "sia fatta la Tua volontà", si rendono conto dell' impegno terribile che si stanno prendendo.

Sono scoraggiata dal vedere come la pratica cattolica si stia trasformando, in Italia, specie per i fedeli colti, in un affare di clientele devozionali: a Parma alle cinque del pomeriggio di ogni sabato in San Giovanni si dice messa per i tridentini, anche prima del placet ratzingeriano alle funzioni. Spirava aria di catacomba fino al 7 luglio 2007; ora sono fieri della loro albagìa di happy few e ti fulminano con uno sguardo se disturbi il loro suggestivo salmodiare in latino pseudo-umanistico.

In Santa Cristina celebra Don Luciano; le stesse sfaccendate humanitarians che spendono centinaia di euri al Ceres per mangiare biologgico&naturale  le si ritrova in deliquio mondano-terzomondista ogni domenica, verso le undici. Per partecipare a qualcosa di autentico e sentito, consiglio di andare alla celebrazione delle 12 e 30, quella animata dalla comunità africana, che sia le signore di cui sopra, sia il furbo Camillo Langone, ignorano comprensibilmente.

Dei Gesuiti, del loro disincanto, della loro cruda disciplina, ho già parlato altrove. Noto che fidelizzano gli adulti (anziani) più che i giovani. Noi, pochi, che facciamo gli Esercizi, siamo ai margini delle clientele devozionali neo-settecentesche viste in quest' ultimo decennio.

Ho sempre pensato che molti interrogativi , quali  osservanza religiosa  vs. obbedienza al potere politico, femminismo di una credente  vs. mercificazione desacralizzata del corpo della donna,  severità della condotta personale vs. moralismo istituzionalizzato, virtù privatissime vs. pubblico lassismo, attraversassero le tre religioni del libro, e fossero un portato, interessante, da affrontare all' icy fire di una fede autentica, temperata da tanta, tanta ironia. Date un' occhiata all' ultimo post di Miguel Martinez  e soprattutto ai commenti dei suoi splendidi lettori e ve ne renderete conto.

Secondo me, da lì può ripartire il dialogo tra diverse fedi. Da noi dissidenti. Perché, ormai, l'universo religioso, politico, è parcellizzato, dispeso in mille rivoli; ognuno si cerca i propri contatti: nessuno scandalo se i Cavalieri dell' Ordine Costantiniano di retaggio sanfedista e borbonico  ricevono un' onorificenza da Bashar al - Assad.

Se un discendente del Cardinale Ruffo stringe la mano a un eminente membro del Ba' th per impegnarsi nell’appoggiare l’importante compito del dialogo interecumenico ed interreligioso tra la Siria e l’Europa, non è strano che un islamologo, cattolico, anarchico e festaiolo e la di lui ragazza stringano amicizia con il teorico del Taqwacore...

giovedì, ottobre 22, 2009
Allora: sto diventando un uomo molto impegnato. Vi assicuro che trovare nuovi modi di non fare un cazzo da mane a sera, a spese di voi contribuenti, come sostiene il ministro Brunetta, è un impegno faticoso che mi avvolge per l'intera giornata. A volte non ci riesco e mi tocca perfino produrre qualcosa... lasciamo stare, vah, che solo a pensarci mi vengono i brividi.
Dunque, in un dei rari di momenti in cui la mia accidia era tragicamente venuta meno e mi ero messo a lavorare (scusate la parola) mi è scappato un articoletto che una rivista accademica ha giudicato meritevole di pubblicazione. Uscirà tra poco più di un mese, e ne sarete informati a mezzo blog e facebook.
Nel frattempo sono molto occupato a traslocare di nuovo (sigh) e a giustificare in qualche maniera il fatto di percepire una borsa di studio pagata dalle vostre tasse.
A parte averla vinta con regolare concorso, intendo.
Il motivo per cui, pur avendo presentato (con successo) la terribile relazione sul mio primo anno di cazzeggio retribuito da un po', non avevo aggiornato il blog, è che la maledizione nera di Nyarlathotep si è abbattuta su entrambi i miei computer per un po'. Ho risolto il problema ieri tramite un esorcismo troppo orrendo perché se ne possa parlare (se volete saperne di più, chiedete del professor von Junzt).
Risultato: apro la casella di posta dopo una decina di giorni e ci trovo qualcosa come centocinquanta email. Inoltre adesso mi trovo con tutti i miei file messi in ordine sparso su dischi diversi e con l'archiviazione di tutto il mio preziosissimo lavoro (scusate ancora) che è andata completamente in vacca, mentre devo sbrigarmi a revisionare l'articolo per la pubblicazione. Non so se ne uscirò vivo, ma vi dico una cosa: beware of Windows Vista.
Adesso sto scrivendo un altro articolo, che come al solito riguarda un argomento di cui non so una beata mazza (ma non credo che possa diventare un problema, visto che voi ne sapete meno di me) e mi sto occupando della grande opera che è poi il lavoro per cui sarei pagato. Ah, e dovrei anche imparare il tedesco.
Dai bassopiani nebbiosi del Nord, passo e chiudo.

mercoledì, ottobre 21, 2009
Che volete, in fondo il KGB prendeva ordini da Demetrio Volcic...... *



* Per chi non lo sapesse, era una vecchia battuta di Cuore, storico e compianto settimanale di resistenza umana, che io, alla mia veneranda età, ho fatto ancora in tempo a leggere nelle sue ultimissime annate decenti. Falecius probabilmente non se la ricorderà.
mercoledì, ottobre 21, 2009
Interrompo il silenzio-post solo per ricordare ai numerosi appassionati di SF tra il lettori di questo blog, che UKLG compie 80 anni. E che, ravanando un po', ho ritrovato la bellissima intervista da lei rilasciata nel marzo scorso a BBC 4 in previsione del suo rotondo compleanno. Non è la solita, malinconica, coccodrillescha intervista di bilancio e di prossimo congedo di molti grandi a fine carriera. Al contrario: è appena uscito negli  States un suo  libro storico, un qualcosa che potrebbe leggere persino il mio eminentissimo genitore. Ascoltate questo file audio.  Godetevene ogni parola.
venerdì, settembre 25, 2009
postato da: falecius alle ore 23:24 | Permalink | commenti (18)
categoria:invasione delle tupaie naziste, iron maiden mon amour
venerdì, settembre 18, 2009
Finora ho parlato di "Afghanistan" come di un'unità, ma era solo una semplificazione. In effetti, tutte le entità politiche di cui ho parlato hanno incluso in qualche momento la maggior parte dell'Afghanistan, ma anche parecchi altri posti, il particolare parti del Pakistan, o dell'Asia centrale, e naturalmente, nel caso dei persiani, l'Iran.
In nessun momento prima del diciottesimo secolo "Afghanistan" significava qualcosa. I confini attuali del paese sono la catena montuosa che lo separa dal Pakistan, la Linea Durand, una linea spezzata abbastanza casuale che tra deserti e montagne lo separa dall'Iran e dal Turkmenistan, frutto anch'essa di compromessi politici ottocenteschi, e a nord il fiume Amu Darya, l'Oxus degli antichi, oltre il quale si trovano Uzbekistan e Tajikistan. Nessuna di queste frontiere è storicamente molto antica, e tutte separano gruppi etnici simili o identici. In particolare, la principale etnia afghana, i pashtun, o pakhtun, o pathan, vivono a cavallo della linea Durand. I Tajiki vivono in gran numero a sud dello Amu Darya, e anche un po' di Uzbeki. (Vedi anche qui)
Nell'Afghanistan nord-occidentale vivono popolazioni che parlano forme di persiano: i Farsiwan, gli Aymaq, gli Hazara. Nel sud vivono piccoli gruppi di Baluchi, che parlano una lingua vagamente affine al kurdo e sono assai più numerosi oltrefrontiera, in Pakistan e in Iran. In entrambi i paesi sono in pessimi rapporti coi rispettivi governi e ci sono scontri armati.
Nel Settecento gran parte dell'Afghanistan era soto controllo della decadente dinastia persiana dei Safavidi, mentre il resto era sotto gli ancor più decadenti Moghul di Delhi. La pianura a nord dello Hindukush, sullo Amu Darya, si faceva i fatti suoi con dei piccoli khan locali turchi. Un bel giorno, verso il 1720 i pashtun si ribellarono alla Persia, la invasero, e minacciarono anche l'India.
La dinastia safavide crollò, ma le sorti dello stato persiano furono risollevate da Nadir Shah, che sconfisse i Pashtun, preseguì saccheggiando Delhi, s'impegolò in un a guerra contro gli ottomani e morì lasciando l'Afghanistan a sé stesso e la Persia contesa tra due dinastie rivali.
Si dice che Nadir Shah sia stato il fondatore di una nazione, ma non della sua: di quella afghana, cioè di quella dei Pashtun. Dalla sua convulsa nascita, questa 'nazione' ha conosciuto traversie, divisioni fortissime, almeno tre guerre civili e considerevoli variazioni di confini. Ma, cacciati i Persiani, non ha mai permesso a nessuno di conquistarla.
venerdì, settembre 18, 2009
Non sono mai stato in Afghanistan e probabilmente non ci andrò nel futuro prevedibile. Non sono nemmeno un esperto di Afghanistan. Non conosco la lingua pashto, e il mio persiano è scarso. Conosco la letteratura 'afghana' del periodo medievale, scritta in persiano, ma non quella degli ultimi secoli.
Ho letto qualcosa, non abbastanza. Ma ho un'idea sufficientemente chiara della storia di quel paese.
La storia è una severa maestra.
La storia è complicata, intricata, difficile. Impone ricostruzioni complesse, non sempre affidabili, e spesso viziate delle ideologie e concezioni personali dello storico.
La storia, secondo certi giornalisti, dice che non si può conquistare l'Afghanistan. Questa affermazione è basata sul fatto che gli inglesi ci hanno provato due volte nell'Ottocento e i sovietici una volta nel Novecento, e sono stati sconfitti. Gli americani una volta nel Duemila, e i risultati, dopo otto anni, sono scarsi.
Eppure la Persia ha conquistato e tenuto l'Afghanistan dal 530 al 330 a.C. e poi dal 500 d.C. al 640 d.C..
I Macedoni di Alessandro Magno, una piccola minoranza di invasori, hanno governato l'Afghanistan dal 327 al 50 a.C.. Verso il 50 d.C. il paese fu occupato dai Kushana, un popolo che parlava il tocario, una lingua indeuropea ora estinta, provenienti dall'odierno Xinjinang cinese, e che ne fecero il centro di un impero durato due secoli, che si estendeva sulla maggior parte degli attuali Pakistan, Uzbekistan e Turkmenistan e su una vasta regione dell'India.
Sia i Greci che i Kushana si convertirono al buddhismo, adottandone (se non addirittura elaborando) la versione Mahayana, che dall'Afghanistan si diffuse in Cina, Giappone e Corea.
Per oltre un secolo il paese fu dominato dagli Eftaliti, una popolazione imparentata con gli Unni, finché i Persiani non li sconfissero sotto Khosrow Parviz verso il 500 d.C..
In seguito, attorno al 660, vennero gli Arabi, che in pochi decenni assunsero il controllo della maggior parte della regione, vi diffusero l'Islam al punto di farne, col tempo, la religione della quasi totalità della popolazione. Solo all'estremità orientale del paese, verso lo Himalaya e quello che oggi è la forntiera col Pakistan, la piccola popolazione che chiamava sé stessa Kalash, e che gli arabi chiamavano Kafir, cioè "pagani" conservò una fede pagana, legata da quel che ne ho capito ad un culto solare. Il paese Kafir fu sottomesso dagli emiri di Kabul e convertito all'Islam nel 1893, e ribattezzato Nuristan, "paese della luce".
Gli Arabi governarono la maggior parte dell'Afghanistan fino al 900 (dopo Cristo, naturalmente!) quando furono rimpiazzati da una dinastia persiana con centro nell'odierno Uzbekistan, i Samanidi, alla cui corte nacque la letteratura moderna in lingua persiana. I Samanidi furono sconfitti nell'undicesimo secolo da tribù di invasori turchi che a quel tempo dialgavano in tutta la parte orientale del mondo musulmano, proveniendo dall'Asia Centrale. In Afghanistan prese il potere la dinastia dei Ghaznavidi, che aveva appunto la sua capitale a Ghazni, vicino Kabul, e che governò anch'essa l'Afghanistan per circa un secolo. Sotto il suo più grande sovrano, Mahmud, il potere Ghaznavide si estendeva dall'Iran orientale a Delhi. Mahmud è ricordato da un lato per l'enorme impulso che diede alla poesia, all'architettura e alle arti in generale, dall'altro per la spietatezza con cui saccheggiò i templi induisti e buddhisti dell'India. Dopo la sua morte l'Afghanistan passò in potere dei Ghoridi, il cui centro era la città di Ghor, ad ovest di Ghazni. Per un po' i Ghaznavidi rimase Lahore in Pakistan, ma nel 1206 un generale al servizio dei Ghoridi conquistò definitivamente l'India nordoccidentale e fondò il sultanato di Delhi. Lo stato dei Ghoridi crollò sotto un'altra invasione, quella dei Mongoli. I Mongoli governarono in Afghanistan dalla metà del tredicesimo secolo fino al Cinquecento. In seguito, un principe di origine mongola, discendente di Tamerlano, cacciato dal suo principato in Uzbekistan s'impadronì di Kabul, e da lì attaccò Delhi. Nel 1526, a Panipat, la dinastia mongola entrava in India. A Delhi un imperatore mongolo (mughal in lingua locale) avrebbe regnato fino al 1856. Fino ai primi anni del Settecento, la regione di Kabul sarebbe stata una delle loro province e anzi un dei centri principali per il reclutamento delle loro truppe e dei loro funzionari. La parte occidentale dell'Afghanistan, nel frattempo, faceva parte della Persia, il nordest era controllato dallo stato uzbeko nel Cinqucento e poi dagli staterelli turchi che emersero dalla sua disgregazione. Le zone montuose più impervie erano sempre state e rimasero indipendenti, limitandosi a pagare un tributo in uomini o risorse all'egemone di turno, così come avevano fatto almeno dall'epoca di Dario di Persia duemila anni prima.
Devo precisare che nessuno degli Stati che ho citato aveva frontiere nemmeno approssimativamente simili a quelle dell'Afghanistan di oggi.
Comunque, come vedete, fino a verso il 1700 l'Afghanistan è stato prevalentemente governato da élite straniere, a volte neanche della stessa religione dei locali (che non sembra si siano convertiti in massa al buddhismo, e di certo non adottarono lo sciamanesimo dei primi khan mongoli), che del resto impiegavano al loro servizio la popolazione locale quando potevano. L'Afghanistan è stato invaso spesso e volentieri, per la semplice ragione che si trova nella regione di passaggio tra Iran, Asia Centrale (e la Cina al di là) ed India. In particolare, la via di terra tra India e Cina passava per l'Afghanistan (nessuno tentava di attraversare il Tibet).
Il segreto di questi invasori era semplice, e può essere riassunto nel non rompere troppo le palle alla gente*.
Vedremo poi cos'è accaduto, negli ultimi trecento anni, a chi invece ha rotto le palle agli afghani.

* Con l'eccezione dei Mongoli nel tredicesimo secolo e sotto Tamerlano, che all'inzio adottavano una strategia basata sul regno del terrore: ogni opposizione sarebbe stata stroncata senza pietà, e le piramidi di teschi fuori dalle città saccheggiate e incendiate stavano a dimostrarlo.
giovedì, settembre 17, 2009

La fonte è questa: i grassetti però sono miei.

Dichiarazioni del deputato socialista Andrea Costa alla Camera dei Deputati dopo la sconfitta di Dogali 3 Febbraio 1887.


Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve.

Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa.

Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (Rumori a destra - Sì, sì, all'estrema sinistra).

Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili.

La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana.

E l'onore della bandiera?

Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati[3]. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra).

Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene!).

Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (Vive proteste a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.

Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra).

Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro ...

Voci a destra. No! No!

Voci a sinistra. Sì! Sì!

Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (Vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore ...

Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni).

Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora ... (Rumori).

Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.

Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, in quanto che non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra.

Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti.

Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant[4], che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema. sinistra). No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risa ironiche).

Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (Oh! Oh! - Vivi rumori a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!).

Costa Andrea. Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento.

Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro ...

Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!

Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo.

Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.

martedì, settembre 15, 2009
Aiuto. L'hanno fatto di nuovo. Un disco. Gli Eterea, sì, proprio loro. Esce mercoledì, e non solo.


Mercoledì alle 21* faranno un concerto in streaming online, direttamente a casa vostra!!! GRATIS!!!!



Gli Eterea sono nostri amici, sono bravi e fanno un gran casino, quindi dovrebbero piacervi. Anzi, siamo sicuri che vi piaceranno e che vi metterete a ballare come degli idioti davanti al computer. Siateci.


Volentieri pubblichiamo il loro comunicato, e vi invitiamo a fare lo stesso e diffonderlo sui vostri blogz (basta un copincolla, non fate i pigri):



Di solito hai due alternative: marcire tutta la sera su YouTube oppure andare a vedere un concerto.

Il 16 settembre dalle ore 21, potrai finalmente fare tutte e due le cose insieme: la Post Bong Band suonerà in diretta streaming tutto EPYKS 1.0. Perciò innanzitutto:

1 - spegni il cellulare


2 - manda a cagare l'amante

3 - non uscire perchè tanto l'estate è finita

4 - sganciati da facebook

Subito dopo connettiti su http://www.myspace.com/eterea e potrai inviarci via chat o mail tutto quello che ti passa per la testa.

Sono ben accetti:

- suoni malati che la postbong band suonerà in diretta

- messaggi zeppi di qualsiasi cafonaggine che gli Eterea leggeranno in diretta

- accuse di plagio che la postbong band non leggerà in diretta

- chat che sputtanino il quartetto e che la postbong band metterà in archivio

Ciao a Bologna Violenta ed a quegli stronzi degli Schiele.

Post Bong Bros


P.S. Il sottoscritto (Falecius) sta lavorando come uno schiavo negro in una piantagione di cotone della Carolina del Nord. Come Roseau, difficilmente scriverò molto nei prossimi tempi.

* UPDATE 16/9 ore 22:33 : hanno appena iniziato. Problemi tecnici, dicono.
lunedì, settembre 14, 2009
Cari lettori, per un bel po' di tempo non interverrò più su questo blog, né avrò troppo tempo per leggere la posta.

Motivo: hanno, bontà loro, comunicate le date di discussione di tesi per la sessione autunnale.

Sono il 9, 10 e 11 dicembre 2009.

Ecco, sapete: io sono una persona di pochissime qualità e nessuna coerenza nelle proprie imprese.

Ma mi faccio un punto d' onore di non venire meno agli auspici delle persone che stimo di più.

Mi è arrivata una cartolina di auguri, nel dicembre scorso, dai nonni di Falecius. Auspicavano che mi laureassi entro dicembre.

Ce la DEVO fare.

A costo di sfruttare l' ultimo degli appelli. (E poi, 1979-2009: trent' anni...fosse solo nel 2010 sarebbe ancora più scandalosamente tardi, conseguire una laurea così tanto fuori tempo massimo).

Se potete, pregate, pensatemi, tifate per me.

Arrivederci e grazie a tutti.
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categoria:donne, appelli, il senso della vita, buone notizie, essere studente oggi
mercoledì, settembre 09, 2009
Puntuale, alla vigilia dell' inizio delle lezioni, viene divulgato il testo -risalente però al maggio scorso- della Lettera circolare n° 520/2009 agli em. mi ed ecc. mi   presidenti delle conferenze episcopali llss sull' insegnamento della religione nella scuola.

Dove i due firmatari, il card. Zenon Grocholewski e il francescano Jean-Louis Bruguès, paventano l' ipotesi che l' ora di religione passi dall' essere la poco decorosa merce di scambio concordataria tra uno stato solo formalmente laico e la Chiesa Cattolica Apostolica Romana , ad essere occasione, seppur breve, seppur a forte rischio volemmose bbene veltroniano,  di approfondimento e di confronto tra fedi e culture diverse. In pratica, alla Santa Sede, va bene quella pappa melensa che viene propinata dalla stragrande maggioranza degli insegnanti di religione italiani, fatta di chiacchiere in libertà (in un liceo linguistico a maggioranza schiacciante femminile, duole dirlo, pettegolezzo) su presunti problemi degli studenti, alle prese con la crisi di crescita (leggi: ma la Chiara avrà davvero fatto sesso con Francesca della secondaelle? e se sì, è accettabile?).

Tutto, purché non si pensi. Nella Chiesa di oggi trovano posto cattolici adulteri, ma non adulti.


Ricordo che già nel 1996 avevo manifestato molte perplessità sull' opportunità della mia permanenza in classe durante l' ora di religione. Ne ebbi veramente abbastanza quando la docente di religione, con toni allarmati per quella che, tredici anni fa, ai suoi occhi prendeva le forme di un' invasione, sbottò: "Sì, ma le nostre tradizioni, la nostra cultura, la nostra gente....questi ci invadono, fanno tanti figli, velano le donne e le infibulano!"

Io e il mio amico K. , siriano da parte di padre e allegramente indifferente all' appartenenza religiosa fino a quel momento, salutammo romanamente e uscimmo dall' aula. Non siamo mai più rientrati, per i successivi due anni di liceo.

Io, senza troppo scherzare, ho sempre sostenuto che quella fu la salvezza della mia fede e della mia coscienza religiosa. Poco dopo, cominciai a frequentare i Gesuiti di San Rocco, a Parma, e strinsi amicizia con padre Enrico Simoncini, allora direttore della casa dell' ordine a Parma.

K. è diventato avvocato, e lo so in prima linea a sostenere la necessità di un' integrazione vera degli stranieri presenti a Parma, alla faccia di chi eleva al cielo alti lai per la minaccia al culatello, alla violettadiparma e all' eau de merde cittadina,  costituita da kebabbari. e minimarket bangla .Significativamente, la Borsari, storica azienda produttrice dello stucchevole profumo cittadino, sopravvive nel semioblio, così come il suo oscuro Museo del Profumo, circondata da decine di rosticcerie mediorientali e indiane, marginalizzate con ferocia pari solo all' idiozia, al di fuori del bombonieresco centro cittadino.

Tornando al topic principale del post. Comprendo, ma non approverò mai che un monsignore polacco e un francescano francese temano la de-specificizzazione dell' insegnamento della religione cattolica nella scuola italiana. Ma mi sfuggono i motivi per i quali dalla macelleria delle ore di insegnamento  di materie curricolari  decretata dalla Gelmini, si siano salvate le ore di religione e che anzi, la ministra plauda alla nota divulgata dalla Santa Sede.

Ho voglia di bestemmiare. Io, che se si fosse avverata, anzi, perfezionata la distopia morselliana, estendendo il sacerdozio alle donne, non avrei impiegato lo scandalo di 10 anni a finire l' università (con cinque di vacatio in cui ho smesso di dare positivamente esami) e avrei studiato da prete in qualche facoltà teologica.

Troppi sono i motivi, razionali, confessionali, persino psicologici, che mi impediscono di aderire alla Riforma. Ma, emotivamente, davanti ad autentiche vergogne come questa, mi viene il desiderio di aderirvi*.




* Capito, voi da Città del Vaticano? So che ci leggete. Siete passati anche oggi. Vi ho visti. Siete passati cercando "mamme contro la discriminazione". Encomiabile intento. Cercate di non trasformare la vostra bella chiesa di happy few in un edificio vuoto, perdendo tutti noi. Non saremo il sale della terra, ma empiamente, sono convinta che voi esistete anche perché (r)esistiamo noi dissidenti.

lunedì, settembre 07, 2009
E' con grande piacere che appongo il banner, in questo syto, degli amici di Spiritolibrario.

Già a luglio mi avevano fornito ben tre chicche di Heinlein.

Nel loro sito, trovate molta fantascienza rara e una virtù preziosa: cura, passione per la ricerca e competenza verso ciò che si vende e si  colleziona.

Cliccate sulla carrozza, anche solo per curiosità. Hanno tantissime prime edizioni e tantissimi, mai abbastanza rimpianti, volumi delle edizioni Nord, collana Cosmo Oro.

E da oggi, sono pure su Facebook. Cercateli!

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categoria:cultura, donne, letteratura, fantascienza, buone notizie, informazione
lunedì, settembre 07, 2009
Sembra essere una notte perfetta, questa. Il caldo dei giorni scorsi è cessato e Radio 3, d' infilata, sta trasmettendo le migliori registrazioni della Petite Bande di Sigiswald Kuijken: Bach, Rameau, Haydn.

Ho appena finito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli. Noto con piacere di non essere stata la sola ad ipotizzare una trasposizione filmica. Guido Schittone immaginava, tanti anni fa,  una sua direzione affidata a Michelangelo "da Ferrara" Antonioni. Devo dire che no, non sono poi così d' accordo. Per trasporre sullo schermo, in quegli anni Settanta l' opera postrema di Guido Morselli, ci sarebbe voluto, secondo me, un regista attento a quella che Morselli definisce la "vischiosità delle cose": vischiosità affettiva, si intende. Un quadernino appena iniziato, un vinile con una sonata di Albinoni, il vassoio della colazione preparato, con ruvida amorevolezza, dai propri pastori di malga assunti ai cieli (o volatilizzatisi), in una notte di fine primavera.

Ci sarebbe voluto un regista come il Bolognini del bellissimo La prima notte di quiete.

Morselli è però ironico, quasi sorridente nel descrivere la serena disperazione dell' ultimo superstite dell' umanità. Fa coincidere la scomparsa in toto della popolazione mondiale con il suicidio rinviato del protagonista, suggellato da una micidiale craniata contro l'imbocco del pozzo-caverna dove aveva deciso di annegarsi. Morselli è uno scrittore della catastrofe, come giustamente lo rubrica Francesco Muzzioli : contempla la propria condizione irreversibile dal fondo dell' apocalisse, ma non è mai cupo. In quest' opera, si permette anche giochi di parole, espliciti o taciuti H.G. come humani generis, certo, ma anche come Hausgericht, la città dalle 25000 abitazioni e dalle 7000 filiali bancarie dissoltasi nel corpo dei suoi satolli in una notte. Oppure come H.G. (Wells) . Me lo faceva notare Falecius. Il tempo si è fermato. Morselli fa considerazioni, a mio avviso, assolutamente esatte sull' ego in liquidazione di chi è destinato alla solitudine:

Prendo alle pp. 143 e 144 dell' edizione Adelphi, del 1977:




"E dunque, perché ex-uomo, adesso,  dal 2 giugno in qua?

C'è l' interpretazione ovvia, del tipo: esigenza vitale del contesto sociale, delle trame interpersonali, e conseguenze della loro scomparsa. -Erano i verbalismi-gelatina del sociologismo, e li scarto subito, per tastare un' interpretazione diversa: l' uomo sarebbe cessato come, e quando, è cessato il tempo.

Si suppone che, abolito il tempo, l' uomo perda la sua consistenza. E' un supposto che sa di 'philosophaillerie', però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s' inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? E' un' impressione che io ho avuta, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c'è un 'senso interno' , ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo.

Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij (sic) nei Demoni. La mette in bocca  ad un suo personaggio, certo Kirilov, se ricordo bene; che dice 'Quando l' umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo' . I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera?Se lo meriterebbero, poveretti. "




Significativo, che in un universo divenuto improvvisamente ostile , dove i confini si annullano e l' essere senziente è confuso e abbacinato, come nel mondo gelido del ciclo lessinghiano di Canopus, o nel buio, lento mondo coperto di neve dell' Ecumene della Le Guin, anche il genere dell' individuo diventi labile. Gli sfortunati personaggi di Un luogo senza tempo perdono, via via, i loro caratteri sessuali: i seni rientrano nel corpo, li genitali si rattrappiscono fino a sparire nei ventri, e braccia rinsecchiscono come quelle di un impubere o, che poi è lo stesso, di un morto, incapace di generare e di perpetuare l' esistenza dei suoi discendenti e la propria, le barbe si coprono di fiori di ghiaccio. Gli abitanti del pianeta della Mano sinistra delle tenebre, invece, entrano in kemmer (estro sessuale ermafrodita) con puntualità. Ma il tempo, anche se tremendamente rallentato, su Gethen, esiste ancora: Lady Ursula si premura di darci, alla fine del romanzo, delle tabelle di conversione tra tempo getheniano e tempo terrestre; le gonadi getheniane sono perfettamente regolate sui tempi planetari, sensibilissime ad ogni variazione di luce o temperatura. Cosa che non avviene per i morituri di Canopus: si trovano a fronteggiare un' emergenza; i getheniani, invece, è da tanto che vivono così. Da quando una genìa opportunamente modificati di umani cominciò a popolare l' Ecumene e le sue colonie più fredde, come Gethen, appunto.

L' anonimo superstite di Dissipatio, non sente più obblighi verso sé stesso, perché non ci sono gli altri a cui si deve decenza, rispetto, disponibilità al dialogo e agli obblighi del viere civile. Quegli altri in cui ci si specchia. Indossa dessous femminili con la massima naturalezza, perché ben si adattano alla sua pinguedine. Non conosce altre necessità che quelle legate alla mera sopravvivenza. Mangiare, bere, espletare le proprie funzioni corporali. Eros e thanatos vinti per sempre: non ha pulsioni sessuali, perché il naturale oggetto del desiderio (la donna: il protagonista, nonostante il suo grottesco travestimento, che adatta solo per star comodo, era eterosessuale) scompare assieme all' altra metà del cielo. Non si vuole più suicidare, né tantomeno morire di cause naturali perché:



"...il suicidio richiede un destinatario o dei destinatari. Qualcuno che noi decidiamo di punire, o viceversa di ammaestrare (vedi: Bruto). Non avendo destinatari, non posso più uccidermi, come non posso più spedire telegrammi."




e



"La mia non è un' esistenza larvale. Non sono uno spettro che beve cognac Dos Hermanos o un cadavere che fuma tabacco Capstan (Navy Cut) in una pipa, ma non sono più me stesso, neppure quel poco che ero. Sopravvivo grazie a non si sa quale artificio. In una campana pneumatica, o sotto una tenda a ossigeno.  Privato della mia identità, e per colmo di stranezza, capace di ricordarmela."



Dissipatio
, dove il protagonista vive in perenne attesa di un' apocalisse mancata, differita sine die, è una distopia, e, a mio parere, tra le più belle. Le utopie, per sussistere, hanno sempre bisogno, se non di una palingenesi, di un progetto di vita alternativo, di un' ipotesi di società differente, anche se in nuce spaventevole o coercitiva.

Qui avviene esattamente il contrario:



"In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidarietà necessaria fra gli uomini di ogni razza e residenza (la chiamavo 'socialidarietà', socio-solidarietà, remota dall' umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell' Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche e giuridiche. Questo, molti anni fa, e sonostato debitamente deluso. Del resto, nessuna socialidarietà sarebbe bastata a farmi accettare Crisopoli. E dunque perché mai l' accetto ora. Un caso di 'self-coercion', ignara o quantomeno immotivata? Che si ridurrebbe a sottospecie dell' atto gratuito. Un' inconsulta deriva della barchetta di carta, venuta a Crisopoli per affondarvi."




Poi  la liturgia dell' opera. Non so se Morselli fosse personalmente credente, ma il suo superstite sembrerebbe esserlo: fa considerazioni teologiche puntuali e colte, cita Agostino, Salviano, San Tommaso. Si indigna per la densità di banche poste ad insidiare e ad invadere lo spazio del sacro, come mercanti nel tempio, nota la stridente contraddizione tra la permanenza del sacro, svuotato della sua connotazione di ecclesia pauperum e ridotto a mera testimonianza architettonica, a guscio vuoto, e l' immarcescibilità della risorsa aurea, del denaro contante che persino in absentia trabocca da banche deserte e caveaux.

Nonostante il superstite fosse, credo, toccato, dall' ingombrante dubbio della fede, dal disperante dono che costituisce, e forse proprio per questo, si balocca con la morte, intessendo una sorta di mutuale autoerotismo coi suoi strumenti:




La soluzione finale, liscia e pulita, facile, l’avevo a portata di mano. Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.


Più avanti: “Quella notte (mi dico), tornando dalla grotta del Sifone; la ragazza dall’occhio nero, la browning 7 e 65, l’avevo vicina, quando mi sono coricato. E so che poi ho premuto il grilletto. È un’arma che non s’incanta.

         L’ho puntata bene?


         Me la sono puntata alla bocca. E la mattina c’era una chiazza di sangue,  sul cuscino.

         Ma i morti non vedono se stessi, il loro stesso sangue che hanno versato.


         Chi lo garantisce, che i morti non si vedano?"


Morselli , al contrario , non aveva tempo da perdere coi titillamenti alla ragazza dall' occhio nero.

Un secco comunicato alla questura:  non ho rancori. E poi il buio.

Ma già aveva avvertito, una quindicina di anni prima:

"
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è egualmente inutile".